Cinzia Sorvillo

“La singolarità del sintomo e la gabbia delle Dottrine”

«  – Stai attenta, se vedi la pazza – diceva mia nonna […] Una volta camminavo da sola in strada. Potevo avere all’incirca dieci anni, mia madre mi aveva mandato in fondo al vico per comprare delle cose nella salumeria che stava proprio lì, di fronte alla casa della pazza. E quel giorno la vidi, era lì, davanti al portone di casa sua che spazzava. Avevo paura […] Quell’occasione la ricordo così: avevo il cuore in gola, camminavo guardando a terra sperando che lei rientrasse in casa e, invece, lei mi guardò attentamente e mi disse in un dialetto strettissimo qualcosa che non si addiceva a quella forma che il mondo mi aveva insegnato a darle. – Mocciosa, stai attenta che passano le macchine! – Un sorriso flebile accompagnava quel suo avvertimento, poi abbassò lo sguardo e ricominciò a spazzare silenziosa, ma quando vide un’automobile passare, dalla sua bocca fuoriuscì un florilegio di imprecazioni e maledizioni in un formulario dialettale e assai volgare, e lei assomigliava a quei cani randagi che cominciano a correre e ad abbaiare contro motorini e macchine che attraversano la strada. Insomma, nonostante la parola gentile, ecco che si stagliava potente e prepotente davanti ai miei occhi di bambina – una bambina che d’estate si annoiava tanto per le quasi inesistenti vacanze al mare, che quasi sempre giocava da sola e che con la sua bicicletta andava avanti e indietro, indietro e avanti o nel giardino di casa sua o nel vico – un’immagine che divenne la ‘mia’ paura. Per quella bambina lì, la pazzia era l’uomo nero degli incubi, era il vento caldo e sovrannaturale dell’estate che ti entrava nel cervello e ti dominava, portando dentro di te il germe alieno della ‘diversità’»


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